lunedì 7 dicembre 2009

IL DIAVOLO RISPEDITO ALL'INFERNO

Leymah, una donna in lotta per la pace


Quando finisco di parlare con lei ho il cuore in subbuglio e gli occhi lucidi. Più di mezz'ora sedute vicino, a parlare delle donne, di quelle che hanno rappresentato le sue ragioni di vita, le sue battaglie, i suoi rischi. Di quelle che ancora sono lì, in Liberia: dove adesso c'è più potere per l'universo femminile ma allo stesso tempo è aumentata esponenzialmente la violenza fisica soprattutto verso le minorenni e le adolescenti. Che prima, prima di quando lei entrasse in azione erano costrette a non studiare, a sposarsi a 15 anni e a restare chiuse in casa.
Ero andata lì per realizzare un servizio per la televisione e mi sono ritrovata catapultata in uno degli incontri più coinvolgenti della mia vita. Leyma Gbowee, Direttore Esecutivo di Women inPeace and Security Network - Africa, professione Assistente Sociale, da dieci anni è operatrice di peacebuilding.

La vedo che esce dalla grande sala in cui è stata proiettata la storia della sua battaglia per affrancare il popolo liberiano dalla devastazione della guerra.
La guardo e penso: la devo fermare. Mentre realizzo che si sta allontanando, le corro dietro e la fermo. Mi dice che sarà un piacere per lei parlare con me, ma devo darle solo dieci minuti: la televisione deve attendere perché lei deve cambiare il pannolino al suo bambino che è tutto sporco. Le donne vere fanno così.
Mi tornano di nuovo le lacrime agli occhi e mi accascio sulla panca che poi ci vedrà insieme, vicine a chiacchierare per un bel po'.


Quando sale sul palco ha il vestito verde mela con i colori caldi della sua Africa in subbuglio. Lo scialle che porta in testa è della stessa stoffa. Risalta la sua bocca rossa e il suo viso chiaro, pulito.
Leyma Gbowee viene introdotta senza troppi preamboli: una donna, dice la moderatrice, che come poche ha dimostrato che cos'è il coraggio. Un grande applauso accompagna la sua salita sul palco, e le mani continuano a battere anche quando lei è pronta per parlare.
La prima sensazione che mi assale quando sento le sue parole sono quelle della forza e della purezza della sua voce. Un suono che già da solo ti dà l'idea di poter arrivare ovunque, di oltrepasare le barriere della difficoltà e della piccineria. Lei è lì e il silenzio scende come velo su ognuno di noi.

L'Ara Pacis per i romani è il simbolo dei traguardi faticosamente conquistati. E' il monumento alla pace da parte di chi - Augusto - l'ha vinta con la guerra. Bianca tanto da far male agli occhi, è qui che incontriamo i cosiddetti testimoni del perdono.

Leyma fa un intervento breve, racconta solo che aveva 17 anni quando la guerra scoppia a Monrovia, in Liberia. Da bambina, dice, divento donna in poche ore. Il documentario al quale ci lascia non ci metterà molto a farci capire il perché. Fin dal titolo: Pray the davil back to Hell, Prega il diavolo perché torni all'Inferno.


Nelle due ore di filmato prodotte da Abigail Disney non c'è spazio per la fantasia e i pensieri, che si accavallano, si sovrappongono, si confondono nella consapevolezza che troppe realtà a noi occidentali sono estranee per il solo fatto di essere lontane, tengono tutti insieme e ognuno di noi lì seduti, inchiodati a una sedia che non molleremo fino alla fine.

Nella Liberia della dittatura di Taylor la guerra si trascina. Aumenta la povertà e la disperazione. Leyma comincia a lavorare come assistente sociale con i bambini-soldato dell'esercito del despota e si rende conto che anche loro sono vittime. Si unise così alla Women in Peacebuilding Network (WIPNET) e arriva a ricoprire ruoli di rilievo.

Sarà grazie al suo carisma che potrà unire le donne delle Chiese Cristiane per fomrare un gruppo che si chiama "Christian Women Iniziatuve" e inizia a emanare una serie di inviti alla pace. Ma chi fa la guerra non ha orecchie se non per le esplosioni e le violenze e allora lei decide e di fare l'impossibile e ci riesce: unisce le donne delle organizzazioni musulmane di Monrovia e nasce il "Liberian Mass Action for Peace" (Azione di massa per la pace in Liberia).
Quando nel documentario scorrono le immagini del suo incontro con Charles Taylor, con la voce di una delle tante donne che attendono sotto, le magliette bianche e i foulard in testa che dice: pregavamo tutte insieme che non le venisse meno la forza di parlare con il dittatore nell'aula scende - se possibile - ancora di più un silenzio di pietra. Leyma sale le scale che la portereanno al palco dove, su un trono, è seduto Taylor, ed elenca - la voce ferma e decisa - tutti i motivi per cui "le donne sono stanche". Di vedere i loro figli morire, le loro bambine violentate, di non sapere che cosa dare da mangiare ai loro ragazzi, di non sapere che futuro ci sarà....solo poco prima c'era stata la cruda descrizione dell'abominio al quale era stata constretta una delle tante liberiane: guardare da un lato la figlia adolescente seviziata davanti ai suoi occhi e dall'altro il marito, la gola tagliata gradualmente fino a farlo morire dissanguato. E quando il sangue che zampillava le è finito addosso, questa donna ha cominciato a urlare finoa uscire di senno. Due giorni dopo l'hanno trovata che vagava nel villaggio, ballando a ritmo della musica che i miliziani l'avevano costretta a canticchiare mentre osserva la distruzione dei suoi cari.

Realtà come queste, lontane da noi per il solo fatto di non vederle sono state gettate davanti agli occhi di chi, seduto in platea, le osservava senza poter neanche deglutire.

Leyam ottiene comunque da Taylor la promessa di partecipare ai colloqui di pace in Ghana. Trattative lunghe, che l'hanno vista anche capeggiare una protesta passiva fuori dalla sede delle riunioni.
Riuscirà a condurre una delegazione di donne liberiane in Ghana per esercitare una pressione continua sulle fazioni in guerra durante il processo di pace.

Leymah Gabowee è madre di sei figli. Uno di pochi mesi che lei, pochi minuti dopo che tutto questo era stato proiettato e visto, stava andando a cambiare nei servizi dell'Ara Pacis.
Mentre giornalisti e televisioni la aspettavano con gli occhi ancora umidi per aver visto il suo operato.



Come riconoscimento per il ruolo che ha svolto nel processo di Pace in Liberia, nel 2007 la Women Leadership Board della Kennedy School of Government dell'Università di Harvard le ha conferito il "Blure Ribbon Award". Nel 2008 Leymah è stata acclamata dal White House Project e dal E-Women News uno dei leader del XXI secolo e inviatata come ospite d'onore al Gala del Global Fund for Women. Nell'ottobre 2009, a Saint Thomas nelle Isole Vergini Americane, ha ricefvuto il "Gruber Prize Award" e nel nopvembre 2009 il Victor E. Ward Educational Fund of liberia le ha conferito il "Crystal Award for Peace Building". Nel febbraio 2010 sarà insiginita del "Living Legend Award for Peace Building".
Leymah Gbowee ha conseguito una laurea in Trasformazione del Conflitti presso la Eastern Mennorite University.

Il documentario Pray the davil back to Hell è stato premiato come Miglior Documentario nel 2008 al Tribeca Film Festival.

mercoledì 21 ottobre 2009

LE MAGLIE ROTTE DELLA RETE

"Le mele marce dell'amministrazione vanno allontanate", tuonava circa dieci giorni fa il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Concordava con lui il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani pur precisando che "una mela marcia non significa che l'albero intero sia marcio". E' il nove ottobre, giorno in cui viene alla ribalta, dopo una denuncia in procura, la vergognosa storia di un taglieggiamento asfissiante subito dal titolare di una palestra costretto a pagare il pizzo ai vigili urbani per evitare di farsi chiudere l'impresa. Una storia meschina e putrida che trova nei controllori il vulnus di un sistema corrotto e malavitoso capace di "chiudere un occhio" in cambio di tangenti che dai duecento euro arrivavano anche ai duemila. Vigili e funzionari. Individui che dovrebbero applicare la legge. Farla rispettare. Onorarla. E che invece per giorni, per mesi, hanno fatto "visitine" a sorpresa al gestore di una palestra del Quarto Miglio costretto quasi a ricorrere agli usurai per far fronte ai ricatti dei vigili urbani. Se non fosse che è vero e che è intervenuta la procura sarebbe, su questo copione, da mettere in scena una commedia dell'assurdo, una di quelle storie da avanspettacolo quasi commemorativa di una categoria che nonc'è più.
E invece guarda caso c'è. Ed è tra le più dure ad arrendersi. Mentalità di second'ordine che trova nella repressioncina immediata uno sfogo consumato a tante prevaricazioni. Passa anche attraverso queste realtà di secondo livello la possibilità di farla franca, l'idea consolidata che "pagando" si può, che dribblare sia concesso, basta trovare la maglia rotta nella rete. Ci manca sempre Montale, quanto utili sono le sue trovate icastiche, quanta consolazione ci dà poterci concedere in tempi così tristemente rasoterra, un piccolo volo leggiadro anche se parliamo di fango. Mi fa particolarmente impressione questo episodio di concussione perché nel lavorare su Anni di Cemento ho raccolto materiale e analizzato casi di evidente commistione tra le idee malsane di chi avrebbe guadagnato da un abuso e la tranquilla superbia arrogante di chi in questo passaggio faceva il broker dell'illecito non capito, della pratica accantonata, del sopralluogo superficialmente svolto, della denuncia non fatta arrivare in procura. E ho rivissuto la sensazione che provata nella stesura di quelle pagine, dedicate ai gangli corrotti delle amministrazioni locali, al loro strapotere. Al loro imprescindibile ruolo.
E' così che si realizzano e concretizzano sporcizie urbane, è così che si è violentata una città bella come Roma. L'unico posto al mondo in cui è possibile realizzare attici e superattici che vanno in collisione con le linee prospettiche del Coloseeo, in cui l'ingordigia di chi vuole "stra-avere" non si limita neppure di fronte a via dei Fori Imperiali, in cui si è capaci di condondare un manufatto che non esiste. Basta individuare i gangli corrotti delle amministrazioni, far leva su di loro e si vanifica così lo sforzo alla correttezza di tanti. La ricetta è fatta. Ma è antica, un po' tutti la conoscono e si sa che per un buon risultato le mele devono essere mature. Certo, se poi diventano troppo mature, prima che tutto appaia marcio, un po' di pulizia va fatta.

martedì 6 ottobre 2009

LE TRAGEDIE NASCOSTE NEL CASSETTO

A guardare le fotografie scattate dall'alto, le case di Scaletta Zanclea fanno pensare che si tratti di un fotomontaggio. Fanno sperare che si tratti di un fotomontaggio. Non è possibile, pensi, che si sia potuto edificare in bilico su un torrente o per storto su una parete scoscesa: e che doveva essere, una prova di equilibrismo? Neanche in un presepe, in uno di quelli che allestisci dentro casa pensi di arroccare casette finte su una montagna di cartapesta: potrebbe andarci contro il cane, ti suggerisce il senso pratico, potrebbe intruppare un bambino, fa eco il buon senso. E a quel punto il presepe verrebbe giù: crollerebbe il piccolo mondo inventato che pazientemente hai messo in piedi con tanta fatica. E tutto finirebbe in un disastro che non è stato poi così difficile prevedere ed evitare. E parliamo di piccoli mondi irreali. Parliamo di buon senso, che guarda caso è sempre sinonimo di buon gusto. Quello che continua a mancare a questo paese di colnodni e licenze edilizie vendute, di scudi fiscali e di sciagure evitabili e anzi, già note se - come si legge Repubblica del 6 ottobre 2009 - "la realistica previsione di quello che avrebbe potuto succedere era persino nei cassetti della Procura, agli atti dell'inchiesta aperta dopo l'alluvione del 2007 e rimasta senza colpevoli".


A Scaletta Zanclea, a Giampilieri è venuto giù il mondo. Quello vero, di visi e di voci, di vite che ancora dovevano crescere. Il fango che vediamo scorrere a fiotti è la metafora di quello che stiamo vivendo: coperti, soffocati, incapaci di reagire. Bloccati. Sepolti vivi da tutto quello che si poteva fare e non si è fatto, da quello che si poteva evitare e che invece si è accettato. Che cosa deve succedere ancora perché l'Italia si indigni e non pensi sempre di trarre giovamento dalle leggi più inique? La riposta mi importa molto, perché i fatti di Sicilia mi fanno tornare alla memoria il senso di frustrazione che ho provato quando sono entrata nel vivo di questo mio lavoro che uscirà in libreria il 20 ottobre, Anni di cemento, una fotografia dell'abusivismo edilizio consumato a Roma e nel resto del Lazio negli ultimi dieci anni. Solo quando ero ormai avanti nella raccolta di documenti e a buon punto con la stesura del testo ho realizzato quanto sia pronunciato il concorso di colpa che hanno i cittadini nel contribuire a rovinare l'ambiente che hanno intorno e (nei casi più estremi) a condannarsi a morte. In questo senso penso di poter dire, alla luce di quello che almeno per il territorio romano è emerso dal mio lavoro, che non ci si può accontentare oggi di siglare gli scempi come conseguenze di concessioni edilizie comprate o regalate, di "abusivismo politico". Anche io ho affrontato ampiamente il vulnus dell'abusivismo istituzionale: c'è, esiste, va combattuto e biasimato. Soprattutto non va foraggiato. Ma vorrei anche sottolineare che la politica avrebbe un raggio d'azione molto corto se non fossero invece enormi le pretese dei cittadini che per incrementare i loro interessi non esitano a deturpare il patrimonio di tutti. L'ultimo su Roma, in ordine di tempo, è il massiccio intervento di demolizione sul territorio dell'Appia Antica. Chi ha rovinato il paesaggio aveva realizzato un supermercato di 600 metri quadrati, 1700 metri cubi totalmente fuorilegge accanto all'acquedotto antico e vicino alla villa dei Quintili. Una porzione di territorio completamente danneggiata, come dimostrano le aerofotogrammetrie dell'ente parco. Un ulteriore tassello nella lotta al mattone selvaggio, firmato ancora una volta dal capo dell'abusivismo rgionale Massimo Miglio. E non solo perché applicando la legge i 25mila euro dell'operazione saranno addebitati alla proprietà (che pagherà anche 20mila euro di multa) ma anche perché la Regione ha acquisito il sedime dell'area: 2300 mquadrati che diventeranno lotto pubblico. Con l'operazione di oggi da un lato viene confermata la decisione del Tar e dall'altro vengono definitivamente messe a tacere le istanze di condono edilizio accertate come false. Ma resta comunque in vita un interrogativo: fino a quando bisognerà correre ai ripari, anticipando da parte della collettività le spese per riparare i torti subiti? Fino a quando si dovranno correre rischi e devastazione come quella avvenuta in Sicilia?

venerdì 4 settembre 2009

I FUNERALI DEL GIORNALISMO

Dovremmo vestirci di nero e sfilare. Possibilmente in silenzio, ognuno per conto suo e avanzare cercando di recuperare una dignità a brandelli.
Dovremmo guardarci tra le mani vuote, gli occhi spenti, la testa leggera e cercar di recuperare un mestiere alla deriva, con tutto quel che ciò comporta.
Gli ultimi fatti sono il pretesto, non la ragione per fermarsi a riflettere sulle ragioni di un mestiere che sembra aver perso la bussola per esistere.
Su tutte le prime pagine di oggi domina la notizia delle dimissioni di Boffo dalla direzione del quotidiano.
Ma il caso Boffo non è la notizia del giorno, è solo la dimostrazione evidente, qualora ce ne fosse bisogno, che ormai siamo nel pieno delle celebrazioni dei funerali del giornalismo. Non è interessante entrare nel merito di una polemica tutta interna a delle logiche sovastrutturali rispetto all'informazione, né alla veridicità o meno dei fatti riportati. I quali, comunque, non hanno attinenza se non con la vita privata di chi li porta nel proprio bagaglio. Neppure sulla diversità con cui i giornali (o i telegiornali) riferiranno delle dimissioni di Dino Boffo dal quotidiano Avvenire sarà interessante soffermarsi. Tanto, almeno su un punto si può star certi: i nemici di ieri sono i santi di domani, per il solo fatto di condividere la disapprovazione verso un comune nemico. Detto questo, comunque e detto anche che era cosa ovvia aspettarsi reazioni di parte (forse dalla stampa un po' meno), quel che interessa oggi è leggere questo epidosio come la cartina di tornasole di un progressivo imbarbarimento del mestiere giornalistico le cui radici affondano, a dire il vero, negli anni Novanta - epoca in cui la stampa cominciò a farsi la guerra a colpi di inserto, non potendo (volendo?) forse più contare su scoop, inchieste e via dicendo. Da allora a oggi di tempo ne è passato e anche il processo di degenerazione di cui siamo entrati a far parte come elementi attivi (i giornalisti) o passivi (i lettori) ha avuto modo di consolidarsi.
E così eccolo, il giornalismo: riddotto a parlare di niente pur di riempire le pagine dei giornali. Costretto ad affrontare problemi di impotenza, di scappatelle, di litigi familiari, di soubrettismo arrogante, di sardegne e coste smeralde. Ma a chi interessa tutto questo? Non esistono più giornali ad hoc, peraltro specialistici, per questo tipo di informazione?
Oggi si parla di Boffo. Ma il trattare la sua vicenda è solo il frutto della degenerazione di questo mestiere: che invece di affrontare argomenti seri in modo coscienzioso, non sa più che cosa trattare, e allora tanto vale sfoderare la spada e colpire. Qualcuno prima o poi si ferirà, non importa chi. Conta mettere a segno il colpo. Conta far parlare di sé.
Davvero bisogna interrogarsi: l'episodio di Boffo è grave. Sia perché è il capro espiatorio di una situazione altra, sia perché la stampa ha dimostrato di non sapersi fermare di fronte a niente, anche quando mettere sul rogo la vittima non è neppure lontanamente funzionale a portare a galla una notizia.
Questo è il punto al quale siamo arrivati. Bisogna capire come, dov'era il precipizio che abbiamo imboccato ed estirpare il marcio. Solo così sarà pensabile risalire la china. Per il momento chi fa questo lavoro ha solo la possibilità di chinare la testa, per vergogna o rispetto, verso un mestiere che ha toccato in questi giorni i minimi storici della sua credibilità.

domenica 14 giugno 2009

RIGA NERA

Ginevra ha tre anni, Paolo quasi uno. Io trentasei e mi chiamo Valeria. Lavoro in un centro sportivo, alla reception. Devo convincere chi viene a chiedere informazioni che i prezzi qui sono imbattibili. Sorrido, prendo il foglio, lo giro dalla parte di chi si affaccia al bancone e recito a memoria prezzi e offerte. Il mio lavoro è questo. ‘Per il nuoto c’è solo l’obbligo del costume sociale’. Li vedo che arricciano il naso: ‘veramente il costume ce l’ho già, l’ho comprato da pochi giorni proprio in previsione del corso di nuoto’. Annuisco, come a dire “lo so”. Poi alzo le spalle, mostro i palmi delle mani: “mi dispiace, non posso farci niente: è il regolamento”.

Dire “è il regolamento” mi dà piacere. È come tracciare una riga nera su un foglio bianco. È come mettere fine al discorso.
E’ il lusso di imporre una violenza piccola senza mai essere il cattivo: “è il regolamento”. Che colpa ne ho io?

Anche stamattina Giorgio ha preparato la colazione. E anche stamattina porterà Ginevra a scuola e Paolo all’asilo. “Hai avuto culo, Valeria. Con gli uomini è solo questione di culo”.
Le amiche la vedono a modo loro.
Non sanno che ogni gesto che lui fa mi manda in bestia. Ad esempio non mi piace che metta le tazze dentro alla lavastoviglie senza prima averle passate sotto l’acqua. E’ una cosa che mi fa decisamente incazzare. E proprio stamattina l’ha rifatto. Un rancore sordo mi è partito dagli alluci, è risalito lungo il mio corpo, si è attorcigliato nello stomaco e mi è scoppiato in testa.
Mi sono alzata, gli sono andata vicino, gli ho poggiato la guancia destra sulla schiena, l’ho abbracciato.

La mattina usciamo insieme di casa: la prima a salutare tutti e a saltar giù dalla macchina sono io. Quando arriviamo davanti al centro sportivo, mentre Giorgio si accosta in doppia fila per farmi scendere, io mi giro e mi sporgo verso il sedile posteriore per salutare i bambini. Ginevra ha il broncio, la mattina. Ha sonno. Paolo invece ha gli occhi che sembrano due fanali e sorride sempre, anche se ha solo due denti. Poi mi rimetto seduta al mio posto e mi spingo verso Giorgio: lo bacio a lungo e con la mano destra gli accarezzo la guancia.”Buona giornata, amore mio”. “Anche a te. Che ora pensi di fare?” “Non lo so, poi ci sentiamo”.

Giorgio non è cattivo. Solo, è così.
“Che significa così ?”, Rossella non capisce mai al volo
Così significa così. Così come lo vedi: senza colpe, senza storia. Così. Normale.
Lui è soddisfatto, è contento. Si sente in pace quando torna a casa e si diverte a cucinare. È un marito perfetto, ma è un uomo da cancellare.

Il giorno in cui ho tirato la riga nera su Giorgio è stato quando sono tornata a casa e ho trovato la sua merda sul fondo del cesso: aveva dimenticato di scaricare il water e se n’era andato.
Una dimenticanza.
Una distrazione.
Io ho tirato una riga nera.
Non ho potuto farci niente, ho tirato una riga nera.
Nei torti inconsapevoli c’è sempre un’ombra di atrocità.
Sono i più cattivi, i più innocenti.
Nessun calcolo, nessun dolo: non si ha colpa per la noncuranza eppure si merita il massimo della pena.

Oggi al centro sportivo ci sarà un piccolo rinfresco: offre una collega che si sposa. Noi altre le abbiamo regalato una stupidaggine, giusto per buon augurio.
A Giorgio non gliel’ho detto: non mi va di fargli sapere che durante l’orario d’ufficio ci sono questi intermezzi. Questo è il mio piccolo mondo segreto e guai a chi me lo tocca.

Ho deciso di mettermi a lavorare una settimana dopo la nascita di Paolo.
Ero brutta. E comunque, se anche non lo ero, mi ci sentivo.
Nei mesi successivi la bellezza e la cura del corpo sono diventati la mia fissazione. Anche la scelta del lavoro ne è stata condizionata: guardavo solo annunci di impieghi collegati al mondo dell’estetica. In quel periodo mi sorprendevo a fissare il ventre piatto delle donne, i loro glutei alzati, i loro seni più discreti di quella mia quinta invadente. Le rassicurazioni degli altri mi scivolavano addosso: “spariranno, le tue tette spariranno”. I femminili divennero le mie letture spensierate, io la loro esperta conoscitrice. Di ognuno trovavo a occhi chiusi la rubrica sulle diete e sul mangiar mediterraneo, il trafiletto su come sapersi truccare, depilare, ritoccare le sopracciglia. Divoravo quegli spazi pubblicitari per rossetti e lucidalabbra: io non avevo labbra delineate. Le mie erano due fessure insipide. Quelle che vedevo scolpite lì erano succose, piene d’appetito.

In quel periodo ho preso il vizio di camminare con la testa verso il basso. Spero di perderlo, prima o poi.

Giorgio lavorava molto: usciva di casa presto per non trovar traffico, diceva, e tornava per l’ora di cena. Era comodo avere dei figli a questi prezzi, pensavo: qual era stato il suo sforzo. Dov’era la sua fatica. Io ero diventata una balena, ero sempre stanca e sciatta. Lui invece era più contento che mai. Guardavo la televisione e mi comparivano davanti donne che dopo tre settimane dal parto erano in grado di ballare sui tacchi a spillo. Solo io ero incapace di far scomparire quell’ammasso di carne pendula che mi ingombrava la vita e l’anima.


Quella merda abbandonata sul fondo del water mi ha dato il colpo di grazia. Sono rimasta a guardarla immobile, fissa come un palo della luce. La osservavo con cattiveria. Di quello sguardo impietoso non sarei stata capace neppure con l’ultimo idiota della terra.
Di tanto in tanto alzavo gli occhi per specchiarmi, ma non muovevo il volto. Volevo vedere che espressione assumo quando sono furiosa. Muovevo gli occhi dal water allo specchio e dallo specchio al water.
Le prime occhiate che ho colto mi hanno dato soddisfazione: erano crudeli. Così mi piacevo: ero arrabbiata. Finalmente.
Per un po’ ho continuato andavo con gli occhi dal water allo specchio e dallo specchio al water. Avanti e dietro, avanti e dietro. Ancora e ancora.
Poi c’è stato un rumore fuori dalla finestra. E quando ho deciso di ricominciare mi è sembrata una forzatura.
“Adesso te la lascio qui”, ho pensato.
Quello è stato il primo giorno in cui ho saputo di odiare Giorgio.

Adesso che ci penso non poteva esserci posto migliore del bancone di una reception per nascondermi.


Quella sera Giorgio è rientrato alle sette e mezza.
Per tutto il pomeriggio mi sono coccolata con l’idea che la ferita migliore da infliggere è fatta della stessa pasta di quella che ci dà dolore. Cucinavo e intanto creavo nella mia testa le ipotesi più diverse: Giorgio che entra dentro casa e che deve andare in bagno, di corsa, perché ha trovato tanto traffico. Quindi si precipita e si trova davanti lo stesso spettacolo che ha lasciato: vorrebbe arrabbiarsi ma non può perché si ricorda di essere il colpevole. Quindi fa quello che deve fare e poi scarica e magari pensa che io non mi sono accorta di niente.
Oppure Giorgio che la butta sullo scherzo: sa di essere stato maleducato, ha capito che io non ho gradito e mi gira alla larga per un po’. Magari si scusa anche.

Me la ricordo la cena di quella sera: non ho detto niente. Per la prima volta da quando conoscevo Giorgio non gli ho rivolto la parola. “Qualche problema al lavoro?” “No, amore: sono solo stanca”. Mi sono alzata, ho fatto il giro intorno alla sua sedia, mi sono poggiata con il torace sulla sua schiena e l’ho abbracciato. Gli ho dato un bacio sulla guancia, ho annusato la sua pelle.
Lui s’è preso le fusa e mi ha accarezzato il viso con il dorso della mano.
La mia anima era grigia. E pesante come il piombo.
Ma solo io so scrutarla.
Il mio malessere era un’unica razione: non potevo condividerlo con nessuno. Solo io sono capace di sentirne l’odore nauseabondo.
Ho abbracciato con calore Giorgio e intanto pensavo: “Maledetto bastardo, se fosse stata la prima notte che venivi a casa mia per scoparmi te la saresti dimenticata la merda nel cesso?”

Avevo tirato lo sciacquone alle sette meno dieci.
Mi sono guardata allo specchio, prima.
Di autogiustificazioni si può vivere e morire.
Io camperò a lungo.
Eppure le righe nere una volta tracciate sono indelebili. Ho spinto il palmo della mano contro il muro e l’acqua è scesa lungo il water.
Riga nera anche su di me.
Tutto sommato siamo una coppia d’assi.

giovedì 28 maggio 2009

IL SALTO NEL VUOTO

RACCONTO SEMISERIO DEL SIGNOR GALMETTI


Deve di nuovo essere un giorno come gli altri per il signor Galmetti. Si è alzato dal letto con questa precisa speranza. Eppure le scale che lo portano al soggiorno, il silenzio che avvolge la casa ancora nella penombra dell'esposizione a nord, la finestra che dà sul balcone leggermente socchiusa per evitare il rischio dell'infido gas, nessuna di queste certezze gli dà conforto. Galmetti si sistema la giacca da camera ("guai a girare in pigiama", gli tornano in mente i moniti del padre). Annusa l'aria frizzantina mentre gira su se stessa la Bialetti, l'accendigas è sempre al suo posto, la presina che tra un po' gli servirà anche. Poggia la schiena ai fornelli, non siede mai a tavola di mattina presto, il primo caffè va sorseggiato in piedi, possibilmente vicino alla finestra. Tutto deve essere come prima, tutto. Questa del caffè, ad esempio: un'abitudine consolidata in tanti anni di lavoro a orario e cartellino: i tempi contati, misurati, limati fino all'osso. Certi vezzi, si sa, tornano utili nei momenti bui, sono l'unica ancora al reale. Pensa Galmetti, pensa sempre. Ma c'è un silenzio strano, quasi irreale. La pensione tanto agognata è arrivata come un ciclone, ci vuole il tempo di recupero, bisogna abituarsi anche alle novità. va verso la porta, come ogni mattina: i quotidiani sono fuori sullo stuoino. Tutti e due, bene. Guarda l'orologio, annuisce: sono stati puntuali. Ma come sono esili qusti giornali, pensa. Li solleva con una mano, li soppesa. Il premier è morto da due giorni. Lui non ha voluto sapere niente, appena appresa la notizia - erano le 4 di pomeriggio - ha spento la radio, ha staccato la spina alla televisione per evitare anche la tentazione di sentire una sola parola sull'accaduto e ha annullato anche l'appuntamento con il medico, perché nelle sale d'aspetto, si sa, non si fa altro che cianciare inutilmente. Dopodiché s'è messo il pigiama, s'è fatto la barba e s'è messo a letto, serrande abbassate, luci spente e bottiglia d'acqua sul comodino. L'unico vezzo che s'è concesso, la lucetta portatile da applicare sul libro: una cineseria, una chincaglieria da viaggio che lui però usa e strausa perché - dice - si concentra di più sulla lettura, senza distrazioni e senza luminarie esagerate. Ciò fatto, s'era messo sotto alle coperte e arrivederci a tutti. Quel che succedeva fuori non era affar suo. Con l'occhio aveva guardato sospettoso la pila di giornali ammassati ai piedi del suo letto, montagnole e montagnole, una sull'altra. Carta di vari colori, di vari giornali. Un archivio messo in piedi in meno di un mese: pagine sul premier raccolte e sovrapposte senza una logica. L'odore acre e pungente dell'inchiostro aveva invaso la stanza, un puzzo di umido e di marcio che sarebbe entrato di diritto tra le pieghe dei vestiti, nei tessuti delle tende, dentro le lenzuola. Galmetti all'idea aveva avuto un brivido, io e il premier a letto insieme, aveva pensato. Il suo sguardo era caduto su uno dei tanti giornali, la foto del leader con un sorriso smaglinate ammiccava ai suoi pensieri orrorifici. Si era affrettato ad aprire il libro alla pagina segnata e a concentrarsi subito, come ben gli riusciva, su una lettura di salvezza. Poi il sonno e poi di nuovo la lettura. Così per più di due giorni, con le uniche pausa per andare in bagno e mangiucchiare qualcosa. Poi, era venuto il momento di tornare alla vita. Ma uno strano senso di vuoto lo aveva colto di sorpresa: le mura, i divani, i quadri, tutto gli sembrava strano e illogico. Il telefono non era suonato, il citofono neppure, non aveva sentito neanche il rumore dell'ascensore. Niente. Neppure gli uccelli cinguettavano e che era, la fine del mondo? Galmetti sorseggia il suo caffè, lo sguardo perso fuori dalla finestra. Poi lentamente va verso il tavolo, i giornali sono lì, uno sull'altro. Si siede, e vorrebbe leggerli ma un freddo atavico comincia a scorrergli lungo le ossa: le pagine sembrano scritte ma non lo sono. Riportano un elenco ripetuto di caratteri grafici ma neppure una frase di senso compiuto. Si stropiccia gli occhi: sui giornali non c'è scritto niente. I giornali non riportano neppure una notizia. Non chiede tanto, un trafiletto, una sintesi, due righe, una parola. Niente. I giornali non dicono più niente. Si guarda intorno. Ma che cos'è, uno scherzo? Tipo il Truman show, dov'è piazzata la candid camera? Si gira verso la tv, appesa a un braccio metallico come un'edicola votiva profanata. Impugna il telecomando, la sua pistola da sceriffo della cultura. Zac, tutto nero. Zac, ancora nero. Arizac, nero che più nero non si può. Lutto evidente. Silenzio evidente. Non c'è niente di più lungo e di più triste in tv che il nero, è il nemico giurato di tutti i televisivi al mondo. E qui adesso c'è solo il nero. Galmetti è in surplus catatonico. Gli basterebbe anche solo sapere quanti anni ha la velina più gettonata d'Italia, a che età si era findanzata per la prima volta. Troppo? Allora a che età ha fatto sesso l'ultimo classificato al reality dell'anno. Per favore, una stupidaggine. Fosse anche l'ultima della terra. Sente di non farcela, se no. E' crisi brutta, questa, affanculo quell'omeopata che gli ha detto che la dipendenza si cura con l'astinenza. Ma chi l'ha detto, che dopo decenni si può fare a meno di tutto così, da un giorno all'altro. Altro che omeopata, ricette a vita dovrebbe prescrivere. Galmetti è distrutto. Si guarda le mani: chi è lui, adesso. Che cosa farà senza la sua evasione quotidiana, che cosa sarà la sua vita da oggi in poi. Delle cavolate si ha bisogno come il pane, anzi più del pane. La testa gli scoppia, non ce la fa più. ma ci vuole contegno, sempre. E allora va in bagno, si pettina, si fa il nodo alla cravatta, apre la finestra della cucina, sale sullo sgabello e visto che non ci sono neanche più gli uccelli di una volta, senza starci troppo a pensare prende e si getta in avanti. Tanto, vuoto per vuoto....

lunedì 30 marzo 2009

GIORNALISTI E RESPONSABILITA'

Rispondo a Giuseppe, e anzitutto lo ringrazio di aver avuto la pazienza di leggere le mie riflessioni su quel che non vorremmo ci circondasse più. Ma rispondo anche alla mia coscienza, per cui, Giuseppe, prenda queste righe come le parole in libertà (vigilata) di chi crede che comunque la responsabilità e la serietà deve essere il faro guida di ogni pezzo, articolo e servizio per i quali poi non può bastare una rettifica. Chiede la mia idea, su quella che è la questione per eccellenza della mia sensibilità giornalistica: dove si può arrivare per evitare di tacere e che limite si ha il dovere di darsi, per non eccedere? Le sembrerà strano, o forse anche solo una banalità, ma mi creda: dipende sempre e solo dal bagaglio culturale che ci si porta dietro e che è direttamente proporzionale al buonsenso - che in genere coincide con il buon gusto.
Come poi questo si rifletta direttamente non solo in ciò che chi fa il mio mestiere scrive, ma soprattutto in come lo scrive, ovvero nella scelta delle parole che una dietro l'altra non danno quasi mai solo il senso del fatto ma anche lo stile e la sostanza di chi lo porge agli altri, questo è e resta per me uno dei misteri più sconosciuti. Ma anche la mia forza. A patto, sempre, che però, chi scrive racconti il fatto. Queste mie righe si pongono l'obiettivo di non sfiorare neppure chi tratta un argomento pregiudizialmente o sotto inviti a offrirlo in un modo piuttosto che in un altro: ci addentreremmo in un campo di cui sarebbe ipocrita negare l'esistenza ma che in questo momento ci porterebbe fuori strada. Restiamo ai fatti. E anche su quelli, per non eludere il dibattito con lei, dobbiamo essere chiari: a seconda di come prendono luce assumono consistenza diversa. E nel raccontarli, sono decisive le sfumature, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quasi mai il fatto centrale. Perché quello, nel bene o nel male è noto. Ma le piccole strature che lo costellano, simili a rughe su un volto in apparenza levigato, sono la cifra di quel fatto, di quel volto. E solo sapendole mettere in luce con delicatezza si ottiene un grande risultato: perché non se n'è omessa l'esistenza, ma non si è calcata la mano su una realtà che già è provata. Ecco perché è così importante scriverle le notizie, e saper scriverle: e non solo riportarle. Questo per risponderle, caro Giuseppe. E spero che la mia idea le sia chiara quanto lo è a me.