domenica 14 giugno 2009

RIGA NERA

Ginevra ha tre anni, Paolo quasi uno. Io trentasei e mi chiamo Valeria. Lavoro in un centro sportivo, alla reception. Devo convincere chi viene a chiedere informazioni che i prezzi qui sono imbattibili. Sorrido, prendo il foglio, lo giro dalla parte di chi si affaccia al bancone e recito a memoria prezzi e offerte. Il mio lavoro è questo. ‘Per il nuoto c’è solo l’obbligo del costume sociale’. Li vedo che arricciano il naso: ‘veramente il costume ce l’ho già, l’ho comprato da pochi giorni proprio in previsione del corso di nuoto’. Annuisco, come a dire “lo so”. Poi alzo le spalle, mostro i palmi delle mani: “mi dispiace, non posso farci niente: è il regolamento”.

Dire “è il regolamento” mi dà piacere. È come tracciare una riga nera su un foglio bianco. È come mettere fine al discorso.
E’ il lusso di imporre una violenza piccola senza mai essere il cattivo: “è il regolamento”. Che colpa ne ho io?

Anche stamattina Giorgio ha preparato la colazione. E anche stamattina porterà Ginevra a scuola e Paolo all’asilo. “Hai avuto culo, Valeria. Con gli uomini è solo questione di culo”.
Le amiche la vedono a modo loro.
Non sanno che ogni gesto che lui fa mi manda in bestia. Ad esempio non mi piace che metta le tazze dentro alla lavastoviglie senza prima averle passate sotto l’acqua. E’ una cosa che mi fa decisamente incazzare. E proprio stamattina l’ha rifatto. Un rancore sordo mi è partito dagli alluci, è risalito lungo il mio corpo, si è attorcigliato nello stomaco e mi è scoppiato in testa.
Mi sono alzata, gli sono andata vicino, gli ho poggiato la guancia destra sulla schiena, l’ho abbracciato.

La mattina usciamo insieme di casa: la prima a salutare tutti e a saltar giù dalla macchina sono io. Quando arriviamo davanti al centro sportivo, mentre Giorgio si accosta in doppia fila per farmi scendere, io mi giro e mi sporgo verso il sedile posteriore per salutare i bambini. Ginevra ha il broncio, la mattina. Ha sonno. Paolo invece ha gli occhi che sembrano due fanali e sorride sempre, anche se ha solo due denti. Poi mi rimetto seduta al mio posto e mi spingo verso Giorgio: lo bacio a lungo e con la mano destra gli accarezzo la guancia.”Buona giornata, amore mio”. “Anche a te. Che ora pensi di fare?” “Non lo so, poi ci sentiamo”.

Giorgio non è cattivo. Solo, è così.
“Che significa così ?”, Rossella non capisce mai al volo
Così significa così. Così come lo vedi: senza colpe, senza storia. Così. Normale.
Lui è soddisfatto, è contento. Si sente in pace quando torna a casa e si diverte a cucinare. È un marito perfetto, ma è un uomo da cancellare.

Il giorno in cui ho tirato la riga nera su Giorgio è stato quando sono tornata a casa e ho trovato la sua merda sul fondo del cesso: aveva dimenticato di scaricare il water e se n’era andato.
Una dimenticanza.
Una distrazione.
Io ho tirato una riga nera.
Non ho potuto farci niente, ho tirato una riga nera.
Nei torti inconsapevoli c’è sempre un’ombra di atrocità.
Sono i più cattivi, i più innocenti.
Nessun calcolo, nessun dolo: non si ha colpa per la noncuranza eppure si merita il massimo della pena.

Oggi al centro sportivo ci sarà un piccolo rinfresco: offre una collega che si sposa. Noi altre le abbiamo regalato una stupidaggine, giusto per buon augurio.
A Giorgio non gliel’ho detto: non mi va di fargli sapere che durante l’orario d’ufficio ci sono questi intermezzi. Questo è il mio piccolo mondo segreto e guai a chi me lo tocca.

Ho deciso di mettermi a lavorare una settimana dopo la nascita di Paolo.
Ero brutta. E comunque, se anche non lo ero, mi ci sentivo.
Nei mesi successivi la bellezza e la cura del corpo sono diventati la mia fissazione. Anche la scelta del lavoro ne è stata condizionata: guardavo solo annunci di impieghi collegati al mondo dell’estetica. In quel periodo mi sorprendevo a fissare il ventre piatto delle donne, i loro glutei alzati, i loro seni più discreti di quella mia quinta invadente. Le rassicurazioni degli altri mi scivolavano addosso: “spariranno, le tue tette spariranno”. I femminili divennero le mie letture spensierate, io la loro esperta conoscitrice. Di ognuno trovavo a occhi chiusi la rubrica sulle diete e sul mangiar mediterraneo, il trafiletto su come sapersi truccare, depilare, ritoccare le sopracciglia. Divoravo quegli spazi pubblicitari per rossetti e lucidalabbra: io non avevo labbra delineate. Le mie erano due fessure insipide. Quelle che vedevo scolpite lì erano succose, piene d’appetito.

In quel periodo ho preso il vizio di camminare con la testa verso il basso. Spero di perderlo, prima o poi.

Giorgio lavorava molto: usciva di casa presto per non trovar traffico, diceva, e tornava per l’ora di cena. Era comodo avere dei figli a questi prezzi, pensavo: qual era stato il suo sforzo. Dov’era la sua fatica. Io ero diventata una balena, ero sempre stanca e sciatta. Lui invece era più contento che mai. Guardavo la televisione e mi comparivano davanti donne che dopo tre settimane dal parto erano in grado di ballare sui tacchi a spillo. Solo io ero incapace di far scomparire quell’ammasso di carne pendula che mi ingombrava la vita e l’anima.


Quella merda abbandonata sul fondo del water mi ha dato il colpo di grazia. Sono rimasta a guardarla immobile, fissa come un palo della luce. La osservavo con cattiveria. Di quello sguardo impietoso non sarei stata capace neppure con l’ultimo idiota della terra.
Di tanto in tanto alzavo gli occhi per specchiarmi, ma non muovevo il volto. Volevo vedere che espressione assumo quando sono furiosa. Muovevo gli occhi dal water allo specchio e dallo specchio al water.
Le prime occhiate che ho colto mi hanno dato soddisfazione: erano crudeli. Così mi piacevo: ero arrabbiata. Finalmente.
Per un po’ ho continuato andavo con gli occhi dal water allo specchio e dallo specchio al water. Avanti e dietro, avanti e dietro. Ancora e ancora.
Poi c’è stato un rumore fuori dalla finestra. E quando ho deciso di ricominciare mi è sembrata una forzatura.
“Adesso te la lascio qui”, ho pensato.
Quello è stato il primo giorno in cui ho saputo di odiare Giorgio.

Adesso che ci penso non poteva esserci posto migliore del bancone di una reception per nascondermi.


Quella sera Giorgio è rientrato alle sette e mezza.
Per tutto il pomeriggio mi sono coccolata con l’idea che la ferita migliore da infliggere è fatta della stessa pasta di quella che ci dà dolore. Cucinavo e intanto creavo nella mia testa le ipotesi più diverse: Giorgio che entra dentro casa e che deve andare in bagno, di corsa, perché ha trovato tanto traffico. Quindi si precipita e si trova davanti lo stesso spettacolo che ha lasciato: vorrebbe arrabbiarsi ma non può perché si ricorda di essere il colpevole. Quindi fa quello che deve fare e poi scarica e magari pensa che io non mi sono accorta di niente.
Oppure Giorgio che la butta sullo scherzo: sa di essere stato maleducato, ha capito che io non ho gradito e mi gira alla larga per un po’. Magari si scusa anche.

Me la ricordo la cena di quella sera: non ho detto niente. Per la prima volta da quando conoscevo Giorgio non gli ho rivolto la parola. “Qualche problema al lavoro?” “No, amore: sono solo stanca”. Mi sono alzata, ho fatto il giro intorno alla sua sedia, mi sono poggiata con il torace sulla sua schiena e l’ho abbracciato. Gli ho dato un bacio sulla guancia, ho annusato la sua pelle.
Lui s’è preso le fusa e mi ha accarezzato il viso con il dorso della mano.
La mia anima era grigia. E pesante come il piombo.
Ma solo io so scrutarla.
Il mio malessere era un’unica razione: non potevo condividerlo con nessuno. Solo io sono capace di sentirne l’odore nauseabondo.
Ho abbracciato con calore Giorgio e intanto pensavo: “Maledetto bastardo, se fosse stata la prima notte che venivi a casa mia per scoparmi te la saresti dimenticata la merda nel cesso?”

Avevo tirato lo sciacquone alle sette meno dieci.
Mi sono guardata allo specchio, prima.
Di autogiustificazioni si può vivere e morire.
Io camperò a lungo.
Eppure le righe nere una volta tracciate sono indelebili. Ho spinto il palmo della mano contro il muro e l’acqua è scesa lungo il water.
Riga nera anche su di me.
Tutto sommato siamo una coppia d’assi.

giovedì 28 maggio 2009

IL SALTO NEL VUOTO

RACCONTO SEMISERIO DEL SIGNOR GALMETTI


Deve di nuovo essere un giorno come gli altri per il signor Galmetti. Si è alzato dal letto con questa precisa speranza. Eppure le scale che lo portano al soggiorno, il silenzio che avvolge la casa ancora nella penombra dell'esposizione a nord, la finestra che dà sul balcone leggermente socchiusa per evitare il rischio dell'infido gas, nessuna di queste certezze gli dà conforto. Galmetti si sistema la giacca da camera ("guai a girare in pigiama", gli tornano in mente i moniti del padre). Annusa l'aria frizzantina mentre gira su se stessa la Bialetti, l'accendigas è sempre al suo posto, la presina che tra un po' gli servirà anche. Poggia la schiena ai fornelli, non siede mai a tavola di mattina presto, il primo caffè va sorseggiato in piedi, possibilmente vicino alla finestra. Tutto deve essere come prima, tutto. Questa del caffè, ad esempio: un'abitudine consolidata in tanti anni di lavoro a orario e cartellino: i tempi contati, misurati, limati fino all'osso. Certi vezzi, si sa, tornano utili nei momenti bui, sono l'unica ancora al reale. Pensa Galmetti, pensa sempre. Ma c'è un silenzio strano, quasi irreale. La pensione tanto agognata è arrivata come un ciclone, ci vuole il tempo di recupero, bisogna abituarsi anche alle novità. va verso la porta, come ogni mattina: i quotidiani sono fuori sullo stuoino. Tutti e due, bene. Guarda l'orologio, annuisce: sono stati puntuali. Ma come sono esili qusti giornali, pensa. Li solleva con una mano, li soppesa. Il premier è morto da due giorni. Lui non ha voluto sapere niente, appena appresa la notizia - erano le 4 di pomeriggio - ha spento la radio, ha staccato la spina alla televisione per evitare anche la tentazione di sentire una sola parola sull'accaduto e ha annullato anche l'appuntamento con il medico, perché nelle sale d'aspetto, si sa, non si fa altro che cianciare inutilmente. Dopodiché s'è messo il pigiama, s'è fatto la barba e s'è messo a letto, serrande abbassate, luci spente e bottiglia d'acqua sul comodino. L'unico vezzo che s'è concesso, la lucetta portatile da applicare sul libro: una cineseria, una chincaglieria da viaggio che lui però usa e strausa perché - dice - si concentra di più sulla lettura, senza distrazioni e senza luminarie esagerate. Ciò fatto, s'era messo sotto alle coperte e arrivederci a tutti. Quel che succedeva fuori non era affar suo. Con l'occhio aveva guardato sospettoso la pila di giornali ammassati ai piedi del suo letto, montagnole e montagnole, una sull'altra. Carta di vari colori, di vari giornali. Un archivio messo in piedi in meno di un mese: pagine sul premier raccolte e sovrapposte senza una logica. L'odore acre e pungente dell'inchiostro aveva invaso la stanza, un puzzo di umido e di marcio che sarebbe entrato di diritto tra le pieghe dei vestiti, nei tessuti delle tende, dentro le lenzuola. Galmetti all'idea aveva avuto un brivido, io e il premier a letto insieme, aveva pensato. Il suo sguardo era caduto su uno dei tanti giornali, la foto del leader con un sorriso smaglinate ammiccava ai suoi pensieri orrorifici. Si era affrettato ad aprire il libro alla pagina segnata e a concentrarsi subito, come ben gli riusciva, su una lettura di salvezza. Poi il sonno e poi di nuovo la lettura. Così per più di due giorni, con le uniche pausa per andare in bagno e mangiucchiare qualcosa. Poi, era venuto il momento di tornare alla vita. Ma uno strano senso di vuoto lo aveva colto di sorpresa: le mura, i divani, i quadri, tutto gli sembrava strano e illogico. Il telefono non era suonato, il citofono neppure, non aveva sentito neanche il rumore dell'ascensore. Niente. Neppure gli uccelli cinguettavano e che era, la fine del mondo? Galmetti sorseggia il suo caffè, lo sguardo perso fuori dalla finestra. Poi lentamente va verso il tavolo, i giornali sono lì, uno sull'altro. Si siede, e vorrebbe leggerli ma un freddo atavico comincia a scorrergli lungo le ossa: le pagine sembrano scritte ma non lo sono. Riportano un elenco ripetuto di caratteri grafici ma neppure una frase di senso compiuto. Si stropiccia gli occhi: sui giornali non c'è scritto niente. I giornali non riportano neppure una notizia. Non chiede tanto, un trafiletto, una sintesi, due righe, una parola. Niente. I giornali non dicono più niente. Si guarda intorno. Ma che cos'è, uno scherzo? Tipo il Truman show, dov'è piazzata la candid camera? Si gira verso la tv, appesa a un braccio metallico come un'edicola votiva profanata. Impugna il telecomando, la sua pistola da sceriffo della cultura. Zac, tutto nero. Zac, ancora nero. Arizac, nero che più nero non si può. Lutto evidente. Silenzio evidente. Non c'è niente di più lungo e di più triste in tv che il nero, è il nemico giurato di tutti i televisivi al mondo. E qui adesso c'è solo il nero. Galmetti è in surplus catatonico. Gli basterebbe anche solo sapere quanti anni ha la velina più gettonata d'Italia, a che età si era findanzata per la prima volta. Troppo? Allora a che età ha fatto sesso l'ultimo classificato al reality dell'anno. Per favore, una stupidaggine. Fosse anche l'ultima della terra. Sente di non farcela, se no. E' crisi brutta, questa, affanculo quell'omeopata che gli ha detto che la dipendenza si cura con l'astinenza. Ma chi l'ha detto, che dopo decenni si può fare a meno di tutto così, da un giorno all'altro. Altro che omeopata, ricette a vita dovrebbe prescrivere. Galmetti è distrutto. Si guarda le mani: chi è lui, adesso. Che cosa farà senza la sua evasione quotidiana, che cosa sarà la sua vita da oggi in poi. Delle cavolate si ha bisogno come il pane, anzi più del pane. La testa gli scoppia, non ce la fa più. ma ci vuole contegno, sempre. E allora va in bagno, si pettina, si fa il nodo alla cravatta, apre la finestra della cucina, sale sullo sgabello e visto che non ci sono neanche più gli uccelli di una volta, senza starci troppo a pensare prende e si getta in avanti. Tanto, vuoto per vuoto....

lunedì 30 marzo 2009

GIORNALISTI E RESPONSABILITA'

Rispondo a Giuseppe, e anzitutto lo ringrazio di aver avuto la pazienza di leggere le mie riflessioni su quel che non vorremmo ci circondasse più. Ma rispondo anche alla mia coscienza, per cui, Giuseppe, prenda queste righe come le parole in libertà (vigilata) di chi crede che comunque la responsabilità e la serietà deve essere il faro guida di ogni pezzo, articolo e servizio per i quali poi non può bastare una rettifica. Chiede la mia idea, su quella che è la questione per eccellenza della mia sensibilità giornalistica: dove si può arrivare per evitare di tacere e che limite si ha il dovere di darsi, per non eccedere? Le sembrerà strano, o forse anche solo una banalità, ma mi creda: dipende sempre e solo dal bagaglio culturale che ci si porta dietro e che è direttamente proporzionale al buonsenso - che in genere coincide con il buon gusto.
Come poi questo si rifletta direttamente non solo in ciò che chi fa il mio mestiere scrive, ma soprattutto in come lo scrive, ovvero nella scelta delle parole che una dietro l'altra non danno quasi mai solo il senso del fatto ma anche lo stile e la sostanza di chi lo porge agli altri, questo è e resta per me uno dei misteri più sconosciuti. Ma anche la mia forza. A patto, sempre, che però, chi scrive racconti il fatto. Queste mie righe si pongono l'obiettivo di non sfiorare neppure chi tratta un argomento pregiudizialmente o sotto inviti a offrirlo in un modo piuttosto che in un altro: ci addentreremmo in un campo di cui sarebbe ipocrita negare l'esistenza ma che in questo momento ci porterebbe fuori strada. Restiamo ai fatti. E anche su quelli, per non eludere il dibattito con lei, dobbiamo essere chiari: a seconda di come prendono luce assumono consistenza diversa. E nel raccontarli, sono decisive le sfumature, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quasi mai il fatto centrale. Perché quello, nel bene o nel male è noto. Ma le piccole strature che lo costellano, simili a rughe su un volto in apparenza levigato, sono la cifra di quel fatto, di quel volto. E solo sapendole mettere in luce con delicatezza si ottiene un grande risultato: perché non se n'è omessa l'esistenza, ma non si è calcata la mano su una realtà che già è provata. Ecco perché è così importante scriverle le notizie, e saper scriverle: e non solo riportarle. Questo per risponderle, caro Giuseppe. E spero che la mia idea le sia chiara quanto lo è a me.

domenica 8 marzo 2009

8 MARZO, UN ROSARIO DI VIOLENZE

E' un rosario senza pietà quello che snocciolo per la commemorazione di oggi con le mani fredde della cronaca e con le spalle larghe della nostra legge. Che, si sa, è una signora legge. Quella, che con lo stupro di Ostia, quello "di capodanno - in quei giorni considerato "l'ultimo" - ci ha fatto rivedere una storia uguale a se stessa e diversa da come volevamo: "confessa lo stupro e riceve i domiciliari". Nel frattempo la vittima, dimessa dal San Camillo, gridava di essere stata abbandonata. E la giustizia che non viene resa è violenza che si somma a violenza. Poi ci saranno le altre, 21 giorni dopo quella al Quartaccio - che forse suona più gentile come "via Andersen" e poi Guidonia, dove in quattro si accaniscono su una ragazza, cani randagi che si salvano dal linciaggio della folla solo grazie alle troppe telecamere dei giornalisti che li aspettano fuori dalla questura. Violenza è anche questo: portare la gente a sfiorare la barbarie per avere la sicurezza di una pena che oggi suona incerta. E dove la fantasia si ferma, ecco che avanza la beffa: le dita tentennano sul san valentino di questo rosario. Febbraio, 14. come gli anni della ragazzina stuprata senza remore e senza un volto da poter inchiodare a una colpa. Violenza nella violenza. Quanta ancora bisognerà subirne perché a quella delle donne smetta di sommarsi quella patita dalle cittadine. E poi, anche dai cittadini. Il tutto mentre oggi si vendono le mimose e mentre il femminicidio, ci fa contare per il 2008, 113 donne uccise in Italia dalla violenza degli uomini. E si regalano mimose quando oggi si dice sia che è "un'infamia" la violenza sulle donne sia che ci deve essere tolleranza zero per i colpevoli. Mentre tutto questo accade i cittadini aspettano affinché le donne umiliate non paghino un conto più alto di quello che già ha portato in dote la sorte. Perché se una signora legge cedesse il passo alla giustizia certa, allora le mimose profumerebbero.

martedì 27 gennaio 2009

BELVE DI TORVERGATA, LIBERE DI VIOLENTARE

PROCESSO ALLA BANDA, A MAGGIO LA SENTENZA
IL RACCONTO DI CHIARA, UN TUNNEL DI SADISMO


Hanno preso la banda di Guidonia, i carabinieri si sono dovuti chiudere a riccio intorno ai delinquenti, e li hanno fatti salire in macchina uno per volta, portandoli praticamente in braccio. Questi cani randagi hanno rischiato il linciaggio e io non ho provato alcuna tensione per quel che avrebbero potuto subire. Sarà perché ieri ho assistito all'udienza del processo che vede imputate le Belve di Torvergata, una banda criminale che alla fine dell'estate del 2007 ha seminato il panico nel quadrante orientale della capitale. Alla fine dell'udienza, fuori dalla procura mi sono fermata a parlare con l'avvocato di Chiara Camponeschi e di Gianluca Rotondi. Vittime, nel settembre del 2007 della brutalità del branco randagio ma con obiettivi precisi: coppie da derubare e da brutalizzare per puro sfogo e divertimento. In sede di udienza, hanno parlato anche le vittime. Dal racconto di Chiara, 20 anni all'epoca dei fatti, è emersa la ferocia gratuita subita, ai limiti dello spregio della persona. Riassumo così, senza riportare altri particolari che pure ho ascoltato. E che hanno ascoltato sia i giudici che gli imputati. Presenti in aula ma non visibili per i due testi. Aggiungo solo che quello che oggi suona come l'antefatto delle vicende di Guidonia è accaduto alla Borghesiana, borgata degradata a est di Roma. E' il settembre di due anni fa e sembra una sera come le altre: la partita in un pub, qualcosa da bere e l'intimità da cercare nelle vie di un quartiere conosciuto. Poi l'aggressione, violenta tanto da "rasentare il sadismo", ha detto chi indagava. E che è valsa al branco quel nome nuovo: "le belve di Tor Vergata". Ma il nome era nuovo, non il loro profilo. Perché quando Chiara e Gianluca sono stati aggrediti i 3 romeni (il quarto ancora si cerca) oggi imputati erano finiti in carcere, sette mesi prima, per violenza, sequestro di persona, riduzione in schiavitù, induzione e sfruttamento della prostituzione, rapina, maltrattamenti e furto. Ma erano stati scarcerati per decorrenza dei termini della custodia cautelare e nel giro di 10 giorni avevano aggredito e violentato tre coppie. Per loro la sentenza, e vedremo quale, arriverà entro maggio.

domenica 25 gennaio 2009

CERTEZZA DELLA PENA: UN'IPOTESI DI LAVORO

LA VERGOGNA DELLA LEGGE ITALIANA E LE DONNE OFFESE DUE VOLTE

Mi ci vuole un po' prima di riconciliarmi con la ragione. Mi è sfuggita di mano assieme alla sopportazione troppe volte messa in campo davanti a sentenze ridicole. Qui, però, da ridere non c'è niente. Soprattutto visto che l'indignazione viene fuori solo quando la politica decide di rimpallarsi colpe e responsabilità senza prendersene neppure una sulle spalle.
Mi ci vuole un po' perché francamente non te l'aspetti. Se non per il rispetto - che in questo paese davvero sta diventando merce rara - almeno per forma, si arriva a pensare. Macché. L'ultimo - ma solo in ordine di tempo, perché ce ne saranno altri - è quello di Ostia. Uno scandalo di sentenza che è difficile da mandare giù, in particolare in questi giorni, quando la capitale - dopo l'ulteriore aggressione sessuale al Quartaccio e quella ancor più recente di Guidonia - avrebbe avuto bisogno di un segnale forte. Invece la storia si ripete, uguale a se stessa e diversa da come dovrebbe essere: confessa lo stupro e riceve i domiciliari. Noi, si sa, abbiamo una signora legge. Intanto la vittima, dimessa dall'ospedale San Camillo ripete solo di essere stata abbandonata. E tutti un po' ci sentiamo così, perché diciamoci la verità: il dolore e la tragedia possono sorprendere ognuno di noi in qualsiasi momento. Ma quel che non ci dà pace alla sola idea è la consapevolezza che nessuna giustizia ci verrà mai resa. Perché in Italia, che vanta - lo ricordiamo - una signora legge, la certezza della pena è e resta un'ipotesi di lavoro. Una frase astratta come quelle parole che a forza di ripeterle suonano vuote. "Certezza della pena", sentenziano le opposte fazioni durante ogni campagna elettorale che ci piove addosso come una scure. "Certezza della pena", sentenziano i neoeletti guardasigilli. "Certezza della pena", ululano i grigi potenti davanti al primo buon proposito bipartisan da declamare a tutti i costi. E poi? Poi succede che i fattacci capitino agli altri, che guardacaso sono sempre piccoli e poveri, senza amicizie in alto loco e spesso con pochi soldi per andare in appello. E succede che chi le leggi dovrebbe almeno rileggerle e riguardarle si limita a dire che le sentenze le scrivono i giudici. Il Paese nostro è questo: quello in cui Luca Delfino, per l'omicidio volontario premeditato dell'ex fidanzata Maria Antonietta Multari ottiene 16 anni anziché l'ergastolo perché è stato riconosciuto gravato da seminfermità mentale (e infatti passerà almeno 5 anni in una struttura psichiatrica). Attenzione: i giudici hanno accolto le tesi dell'accusa (il pm aveva chiesto l'ergastolo), ma nel conteggio degli anni di condanna c'è stato un bilanciamento che di fatto ha quasi annullato l'aggravante della premeditazione. Una pena ridicola. Per inciso, va ricordato che Delfino, che il 10 agosto di 2 anni fa ha massacrato per strada a Sanremo Maria Antonietta Multari con decine di coltellate - lasciandola poi in una pozza di sangue per terra - è in attesa di giudizio per il delitto della sua precedente ex fidanzata, Luciana Biggi. Dunque lo sberleffo: perché un presunto assassino (così va considerato per il caso Biggi, per il quale ancora non c'è la sentenza) poteva andare in giro indisturbato e stare tranquillo, senza custodia cautelare. Perché noi abbiamo una signora costituzione. La mamma di Maria Antonietta ha avuto un malore, alla notizia della sentenza. Il papà ha reagito da essere umano: ha detto che la legge italiana è una vergogna e che si farà giustizia da solo, con le sue mani. Parole forti, che un paese civile dovrebbe condannare, biasimare. Dalle quali dovrebbe allontanarsi indignato, rifiutandole, non riconoscendole.
E invece guarda un po': quasi in nessuno alberga questo sentimento di lontananza totale da un'idea così apertamente difficile da condividere. Questo a casa mia significa solo una cosa: che il livello di fiducia che riponiamo nella nostra giustizia è pari allo zero. E della stessa cifra è il grado di civiltà di questo nostro paese alla deriva. Ecco, io credo che quando si arriva a concordare intimamente con chi ritiene che l'unico modo di avere giustizia sia agire individualmente, allora significa che non ci si aspetta più niente. Quando l'unico diritto, anche quello è negato.
Adesso aspettiamo. E vediamo che cosa ne sarà degli altri stupratori: quelli del quartaccio, quelli di guidonia. E tutti quelli che il futuro ci metterà davanti. Ma non facciamoci illusioni, perché neanche il gran rumore di questi giorni può nulla contro l'assurdo cieco potere decisionale. Perché, e qua sembra davvero ironia, queste donne umiliate stanno pagando un doppio conto: quello che gli ha portato in dote la sorte e quello che gli riserva lo stato per legge. E allora io, nel mio piccolo, per la prima volta mi trovo a pensare che a una signora legge preferirei uno straccio di giustizia.

mercoledì 21 gennaio 2009

RICHARD, HARPER, BARACK E GLI ALTRI

La tv è accesa, Obama giura e il mondo spera. I visi degli americani si fondono e confondono nelle dissolvenze incrociate che fanno sempre emozionare. Le bandiere si alzano, i giornalisti commentano per forza. Il momento che viviamo è nero come la pelle di Obama ma al mondo non importa se adesso c'è chi fa un po' di luce. Le immagini mi scorrono davanti, la vocalist di colore fa venire i brividi perché sembra che canti con il corpo. E d'un tratto torno indietro anni luce.

Quando la porta si apre, si sente un cigolio sommesso, sembra quasi di disturbare. Alzo gli occhi, guardo mio padre, lui mi fa cenno di sì conla testa. Entro. Prima io, poi lui. Dopo di me solo perché deve reggere la porta. Io sono piccola, ancora. E' l'estate dei miei dodici anni. Siamo in Puglia, a Peschici. Per un giorno decidiamo di non andare in spiaggia, di visitare il Gargano. Vieste è assolata, calda. Rimanda una luce che mi si è fissata come un chiodo in testa.
Io e mio padre stiamo passeggiando e, non so come, scoviamo una libreria che già allora - era l'87 - sembrava fuori moda: scaffalature di legno ben visibili dalla vetrina impolverata, libri ordinati, poca luce. Ci accoglie un signore che ci fa un gesto educato con la testa senza interrompere il suo lavoro. Ci guardiamo intorno. I volumi si tengono compagnia a migliaia, gli scaffali - più simili a quelli delle vecchie farmacie - svettano fino al soffitto e ricoprono tutte le pareti. La libreria non comprende solo una stanza. E' grande, grandissima. Così mi sembrava in quel momento, così la ricordo.

E nella mia testa è stampato ben chiaro anche l'odore della carta: intenso, fuori luogo per un periodo estivo. Questo è l'odore di settembre, penso, non di luglio. Mi sento felice.


Usciamo di lì dopo un paio d'ore. In mano abbiamo Ragazzo negro di Richard Wright. Oggi è nella mia libreria, assieme a un altro romanzo che in casa già avevamo e che come pochi altri ha segnato il mio modo di pensare: Il buio oltre la siepe, di Harper Lee. Un'edizione talmente vecchia e talmente letta che per paura che cada a pezzi la conservo dentro una busta di plastica trasparente.

Mi tornano in mente oggi, questi due capolavori. Tornano a galla a tradimento, nella mia memoria e si portano dietro una valanga di emozioni. Intanto davanti a me scorrono di nuovo le immagini indelebili del giuramento di Obama. Penso al crampo di disgusto che mi ha colto ogni volta che ho letto le pagine di Lee e quelle drammatiche di Wright. Al dolore che mi hanno provocato, alla rassegnazione che - andava capito - fa parte della vita. Ma oggi c'è Obama che sorride davanti al pianeta intero mentre sua moglie lo guarda ammirata ed elegante. Era il '37 quando Wright decide di mettere per iscritto la sua autobiografia e il '60 quando Lee - che poi avrebbe vinto il Pulitzer - pubblica la storia più ingiusta che si possa raccontare. Eppure, mentre rivedo le righe scorrermi davanti e allo stesso tempo guardo Obama, penso, per un momento ingenuamente penso, che l'epoca dell'esclusione può dirsi conclusa. E' entusiasmo, il mio. E' il brivido. Ma se questo brivido lo sta provando ognuno di noi un po', qualcosa vorrà dire. Li vedo tutti e tre: Wright, Lee, Obama. E mi convinco più che mai che il coraggio non è l'esaltante attimo di una incosciente generosità. Ma la quotidiana, costante lotta per l'affermazione di una seconda verità.